ESSERE RIFUGIATO IN ITALIA …

… Zahidi ci racconta la sua esperienza

Da oggi prende di nuovo il via il blog di Prime Italia.
Questa volta vogliamo condividere alcune esperienze di rifugiati che vivono nel nostro paese, tra mille difficolta’, incertezze ma anche speranze per il loro futuro.
Questo ciclo di testimonianze inizia con i racconti di Zahidi, un uomo di 45 anni, che dall’Afganistan e’ arrivato in Italia nel 2008. Zahidi e’ parte della rete di Prime Italia, attraverso cui e’ riuscito a trovare lavoro, prossimo a prendere la patente dopo aver partecipato ai corsi di scuola guida di Prime. Inoltre nei mesi scorsi Zahidi ha preso parte al nostro laboratorio musicale, che ha portato all’incisione di un CD e all’inizio di un percorso di condivisione, confronto e integrazione…in questa maniera Zahidi ha deciso di volerci raccontare parte della sua esperienza:

Afganistan. Erano gli anni ’90. Avevo 19 anni quando, terminata la scuola superiore, sono entrato in politica, nell’organizzazione del comandante Abdul Haq. Eravamo uniti dalla voglia di cambiare quel regime esistente che “condannava a schiavitù” le donne. Loro non potevano studiare, né svolgere le professioni come gli uomini; era pericoloso per loro anche solo uscire di casa, e questo ai nostri occhi appariva come una prigionia ingiusta. Non c’era rispetto dei diritti umani per loro, non c’erano possibilità.
Era la mentalità ad essere ingiusta.
Pensavamo invece che bisognava dare fiducia alle donne ed abbiamo scelto di mobilitarci per la conquista della loro libertà.
A quel tempo erano entrati i russi nel paese e si sparava anche di notte. Era una situazione instabile ed era stato stabilito il coprifuoco dalle 10 di sera alle 5 del mattino. Le forze governative e paramilitari dicevano che era responsabilità personale se uscendo in quella fascia oraria, fosse successo qualcosa…..Ma noi facevamo sensibilizzazione e denuncia di notte!! Di nascosto, mettevamo sui muri del Ministero dell’Interno o di altri organismi politici importanti, dei manifesti in cui c’era scritto “LIBERTA’ PIENA ALLE DONNE” “LIBERTA’ A SCUOLA E NEL LAVORO”.
Era molto pericoloso, se mi vedevano mi avrebbero arrestato o fatto “sparire”. La mia famiglia non avrebbe saputo più nulla di me. Io sapevo che avrei potuto rischiare la vita, ma mi dava coraggio l’idea di combattere per la libertà. Ero disposto a morire per contribuire alla libertà di migliaia di persone. Era questa la speranza: liberare tante persone provando a cambiare la mentalità. Questo mezzo era indiretto, ma sollecitava a farsi domande, ad aprire gli orizzonti, a stimolare la partecipazione attiva di studenti e cittadini. Perché queste proibizioni? Perché questa schiavitù? Perché questa svalorizzazione…. se mia madre era una donna?…..
Così verso l’una o le due di notte, mettevo nella mia borsa i cartelloni, arrivavo a piedi sotto i palazzi e le sedi principali, mi nascondevo tra le macchine per non destare sospetti; ed il giorno dopo ritornavo lì per vedere le reazioni delle persone e delle forze dell’ordine!! Come se fossi stato uno qualunque!! Come se mi fossi trovato lì per caso!!
E tra la gente, nel trambusto sentivo commentare la polizia..“guarda questi matti.. che cosa scrivono!!!!!!!!!”

Zahidi, rifugiato politico in italia