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    La mostra, inaugurata nella giornata mondiale del rifugiato, è il racconto di una migrazione continua, iniziata in un lontano paese e che prosegue nelle nostre città, attraverso i centri di accoglienza e gli insediamenti spontanei. Un viaggio perenne a cui molti rifugiati sono costretti, nel corso della loro permanenza in Italia, attraverso luoghi sprovvisti di servizi sanitari, che dovrebbero essere spopolati e invece diventano rifugio di persone alle quali è negato il diritto di integrarsi e di portare il proprio contributo al paese d’asilo.
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La mostra

 

 

La mostra, inaugurata nella giornata mondiale del rifugiato, è il racconto di una migrazione continua, iniziata in un lontano paese e che prosegue nelle nostre città, attraverso i centri di accoglienza e gli insediamenti spontanei.
Un viaggio perenne a cui molti rifugiati sono costretti, nel corso della loro permanenza in Italia, attraverso luoghi sprovvisti di servizi sanitari, che dovrebbero essere spopolati e invece diventano rifugio di persone alle quali è negato il diritto di integrarsi e di portare il proprio contributo al paese d’asilo.

 

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3 Comment to “La mostra”

  1. Carlotta a Nairobi scrive:

    Ciaoooooo PRIME

    è stato davvero molto bello ed emozionante poter ascoltare ieri da Nairobi l’evento di PRIME…

    Vorrei davvero ringraziarvi tutti perchè da lontano l’effetto di “veder” organizzato e realizzato in così poco un evento del genere ha reso ancor più l’idea e confermato ancora una volta le potenzialità di PRIME:

    Purtroppo non sono riuscita a seguire perfettamente certi interventi, Piva, Fabrizio, anche il racconto della mia omonima Carlotta… insomma quasi nessuno alla fine …
    ma la commozione di Fabiola, e come poi si è ripresa brillantemente fino a trasformarsi in Cristina d’Avena,
    l’intervento di Guglielmo

    vi stavo seguendo davvero :) e ho preso appunti :)
    e poi … il back stage è stato fantastico… mentre sentivo alcune delle voci conosciute allontanarsi, sono rimaste quella di Fabrizio che parlava con qualcuno su come aveva incontrato PRIME, Fabiola o Guglielmo che mi sembra spiegassero qualcosa sulla scuola guida…e vi ho facilmente immaginati lì nella grande sala… con un sacco di gente, sentivo che c’era un bel pò di gente ed è stato molto emozionante…

    mi spiace non essere riuscitra a proferire verbo ma in quel momento non me l’aspettavo proprio ma avrei semplicemente potuto ringraziare a parte gli ospiti, ma soprattutto chi si è impegnato per mettere insieme questa serata…
    mi sentivo così impotente in questi giorni, essendo lontana, perchè non solo non riesco bene a seguire le cose,
    mi perdo le mail, e con tanto lavoro anche di sabato e domenica non riesco nemmeno a cercare uno sputo di lavoro per i nostri rifugini…
    però mi sento parte di PRIME perchè ne sono fiera, e PRIME va avanti, a passi da gigante …
    non so chi degli ospiti ieri sera, mentre qualcuno di voi stava già dall’altra parte a bere e mangiare, stesse dicendo a non so quale altro uditore
    ….

    insomma
    Grazie Presidente
    Grazie Fabiola
    Grazie TUTTI che vi siete messi e impegnati per superare anche quest’altro step di PRIME …
    oh io inizio a pensare che ce la stiamo facendo davvero :) :) :) :)

    vi volgio bene
    affezionata
    carlotta

  2. Giovanna scrive:

    E’ passato ormai un anno da quando PRIME Italia l’anno scorso raccontava della migrazione forzata e senza fine dei rifugiati, attraverso l’esposizione fotografica dal titolo “Ammesso e non Concesso”, che fu lanciata proprio in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato.
    E proprio alla vigilia del 20 giugno, data in cui internazionalmente viene celebrata questa giornata, mi vengono in mente alcune riflessioni.

    Innanzitutto vorrei puntare i riflettori sui rifugiati e sulle condizioni che si trovano a vivere, per cui ogni rifugiato non sceglie di essere tale, ma viene indotto a una migrazione forzata.

    L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) parla del 2011 come anno record, in cui ben 800.000 persone nel solo arco di 12 mesi, sono state costrette a lasciare il loro paese d’origine, in cerca di asilo (aggiungendosi ai 50 milioni di persone “estirpate” dai loro paesi di origine, tra cui 10 milioni di rifugiati, 7 milioni in esilio protratto fermi in qualche campo profughi e quasi 15 milioni di sfollati).
    Lasciando il loro paese, queste persone cercano di trarsi in salvo da guerre, persecuzioni politiche, religiose, etniche..etc. e cercano quindi scampo in qualsiasi altra parte del mondo. Ma questo vuol dire lasciare le loro case, i loro genitori, talora coniugi e figli, ma anche il loro lavoro e le loro certezze.
    Essere rifugiato vuol dire non poter far più ritorno a tutto questo (se non quando i motivi di persecuzione non siano cessati, quindi questo potrebbe significare anche mai più nel corso di una vita).

    Probabilmente in questi giorni ci capiterà più spesso di ascoltare discorsi del genere, ma mi interessa pensare che non si tratti di mera retorica. Ognuno di noi potrebbe essere nelle condizioni di un rifugiato. Ognuno di noi potrebbe trovarsi di fronte all’unica possibilità di sopravvivenza, che vuol dire lasciare il proprio mondo per cercare salvezza altrove.
    Ma tante volte questa unica strada percorribile di sopravvivenza si trasforma essa stessa in un percorso fin troppo difficile.

    Proprio in questi giorni credo che valga la pena riflettere sulle difficoltà che incontrano i rifugiati nella loro migrazione forzata.
    Scappando da guerre e persecuzioni e cercando salvezza altrove, spesso e volentieri i rifugiati incontrano torture, abusi, sevizie, sfruttamenti e a volte addirittura la morte.

    E mi vengono in mente tanti africani senegalesi, liberiani, nigeriani, ivoriani e da tanti altri paesi ancora, che nel tentativo di raggiungere zone “sicure”, muoiono nel deserto del Sahara, portati fin lì e poi abbandonati da “mercanti di uomini” senza scrupoli.
    Mi vengono in mente eritrei, etiopi, sudanesi e quanti altri incappano nelle bande armate e senza controllo nel Sinai, dove persone in cerca di protezione internazionale vengono invece sequestrate, torturate, ridotte a schiavitù, uomini mutilati e donne violentate.
    Penso ai mari del sud-est asiatico che troppe volte hanno ingoiato bambini, donne incinte, braccia e gambe umane, rivoltando carrette del mare, cariche troppo oltre i limiti consentiti.
    Penso poi al viaggio degli afghani, pachistani, iraniani dall’Asia centrale che scappando da guerre perpetue e persecuzioni etniche e religiose, tentando di arrivare fino in Europa in mezzi talmente precari che mettono a rischio la loro stessa vita.
    Infine penso a tutte le persone che hanno tentato di raggiungere il nostro paese, l’Italia, per chiedere asilo ma che sono state respinte, rimandate indietro alle carceri e torture precedenti (per i respingimenti di massa il nostro paese è stato condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il 23 Febbraio del 2012).

    In breve e superficialmente questo è ciò che spetta a ogni rifugiato. Usciti dall’inferno del loro paese devono poi affrontare difficoltà estreme, a rischio della loro vita e molte volte privati di ogni diritto e dignità umana.

    Eppure il termine “ASILO”, secondo il suo significato etimologico, vuol dire luogo inviolabile, rifugio, protezione, ricovero.
    Quando queste persone finalmente raggiungono il nostro paese chiedono asilo e si aspettano protezione, ma troppe volte trovano diffidenza, chiusura, incomprensione e ignoranza.
    Talora pur riconoscendoli come titolari di protezione internazionale, il paese accogliente, che dovrebbe offrire una nuova opportunità di vita ai rifugiati, diventa invece luogo di mera e angusta sopravvivenza, facendo di queste persone una massa invisibile ai margini della società.

    Per questo le iniziative di organizzazioni che operano nel contesto sociale italiano come PRIME, puntano a un’effettiva integrazione e accoglienza, cercando di inserire i rifugiati nella nostra realtà, facendoli sentire non come l’oggetto passivo della nostra benevolenza, ma rivitalizzandoli nella loro dignità umana e professionale.
    Questo sarà il tema del dibattito e reading organizzato da PRIME per la giornata di mercoledì 20 giugno 2012 in Piazza del Gesù a Roma, per promuovere e facilitare la libertà di movimento e di integrazione sul territorio nazionale ai titolari di protezione internazionale.

    Io mi auguro che in particolar modo in questi giorni, ma sempre di più prossimamente, le persone vengano informate e coinvolte nella questione che in realtà ci riguarda ben più da vicino di quanto pensiamo. Mi auguro che riflettendo su queste tematiche e guardandoci intorno, ci sia modo di diffondere un atteggiamento solidale di accoglienza attiva e costruttiva.
    Sarà interessante discutere sugli esiti del dibattito di mercoledì, sulle motivazioni e testimonianze delle persone invitate a partecipare.
    Fatemi sapere!
    Giovanna

  3. Guglielmo Micucci scrive:

    In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato PRIME Italia ha organizzato, presso Eataly Roma, l’evento “DA ROMA A DUBLINO: NUOVE IDEE DAL TERRITORIO PER LE POLITICHE DI INTEGRAZIONE” per raccontarsi e rilanciare il confronto con esperti e voci dal territorio sui temi al cuore della propria missione: la difesa dei diritti fondamentali di rifugiati e richiedenti asilo.

    Vorrei partire da ciò che normalmente si lascia alla fine: i ringraziamenti. Desidero ringraziare tutti, in particolare i volontari di questa organizzazione, che sono la nostra vera ricchezza, perché senza di loro tutto questo non sarebbe stato possibile: da chi di PRIME Italia ha seguito ogni passo, dalla scelta del nome a oggi, a chi è passato anche solo una volta, rimanendo colpito da quello che facciamo e da come lo facciamo. Da chi ogni giorno opera con la scuola guida, a chi aiuta con le distribuzioni delle tessere della metropolitana, a chi fa mille telefonate, a chi ascolta per ore i rifugiati, a chi fa sensibilizzazione. Da chi ha lanciato idee come quella delle interviste ai candidati sindaco a chi è corso dietro ai candidati per poter “rubare” anche solo una battuta – cosa che, vi assicuro, non è stata per nulla semplice. Da chi ha creduto in noi finanziandoci con piccole donazioni costanti a chi ci ha aiutato a trovare una sede dove ragionare insieme e accogliere i rifugiati.

    C’è chi si chiede ancora oggi come facciamo a crescere e moltiplicarci di anno in anno senza fondi e senza una struttura permanente. La verità è che non lo sappiamo neanche noi. Semplicemente, ogni giorno, continuiamo a farlo.

    Eppure PRIME Italia è a un momento di svolta. Si prepara a cambiare tanto nei prossimi mesi. Sarà una crescita naturale, penso necessaria. Dopo quasi quattro anni dalla nostra fondazione, è arrivato il tempo di fermarci, fare il punto, e rinascere. Tanti nuovi volontari continuano ad avvicinarsi alla nostra realtà – eravamo dieci quando tutto è iniziato, oggi siamo cinquanta – ed è ora che ognuno trovi il suo spazio, e dia il proprio contributo originale.

    Due mesi fa, quando abbiamo deciso di celebrare il nostro evento annuale per la Giornata Mondiale del Rifugiato 2013 qui a Eataly Roma, ho iniziato a sentire quella stessa sensazione che ho provato qualche settimana prima del mio diciottesimo compleanno. Vi ricordate le settimane prima dei diciott’anni? Tante aspettative,tanti sogni, tanti gli amici da coinvolgere, il desiderio che vada tutto nel migliore dei modi. Con l’ansia che qualcosa possa invece andare storto che cresce giorno per giorno. Hai bisogno di coraggio per arrivare a quel giorno. E quel coraggio te lo danno la tua famiglia, i tuoi amici… finché quella fatidica data non arriva, ed è come uno spartiacque. È il giorno: sono i tuoi diciotto anni, l’indipendenza, l’emancipazione dai genitori… potrai prendere la patente, diventare grande… e continuare a sognare.

    Ecco, noi di PRIME Italia ci siamo sentiti un po’ così per tutte le settimane che ci hanno accompagnato verso quest’evento, quest’anno. Forse perché sentiamo che stiamo arrivando anche noi alla nostra “maggiore età” come organizzazione. Con in più la preoccupazione di aver scelto una location come Eataly, così lontana dai tipici ambienti che frequentiamo. Sapevamo che ci saremmo esposti a critiche. Un’amica nei giorni scorsi mi ha detto: “Guarda che lì i rifugiati non interessano a nessuno. Lì interessano solo le mozzarelle”.

    Bene, proprio per questo oggi siamo qui.

    Per non restare rinchiusi in ambienti che assomigliano solo a noi, ma sperare di raggiungere anche chi non ci conosce,anche chi è apparentemente più lontano dalla nostra realtà, anche chi magari ora è qui, sta facendo la spesa e nel passare carpisce qualche parola che lo colpisce, lo fa fermare, riflettere. Siamo qui per continuare a cambiare. Quella di oggi è stata una sfida, quindi, ma anche un esperimento. Abbiamo voluto correre il rischio. Provare ad essere coraggiosi: venire qui, proprio nel giorno in cui Eataly Roma compie il suo primo anno, a celebrare il “nostro compleanno”, la nostra Giornata Mondiale del Rifugiato.

    Ogni anno facciamo diversi eventi ma solo questo lo consideriamo istituzionale. E quest’anno abbiamo voluto coinvolgere quasi tutte le realtà politiche. Abbiamo intervistato e poi invitato i candidati sindaco di Roma, abbiamo raggiunto la Regione (rappresentata oggi dal consigliere Marta Bonafoni, che ringraziamo per il suo intervento), il Parlamento (anche se l’onorevole Khalid Chaouki non è riuscito ad essere qui con noi, affideremo i nostri messaggi al Web e alle caselle postali dei nostri deputati) e siamo arrivati anche all’Unione Europea (grazie alla relazione di Chiara Pieri sugli effetti del regolamento di Dublino, nel rapporto del JRS La protezione interrotta, che vi invito a leggere con attenzione, perché qui non si tratta solo di conoscere un insieme di norme, ma di comprendere un sistema che tocca la carne viva delle persone, nel vero senso della parola).

    Anche ora, come se questo fosse il “discorso” che viene chiesto quando fai i diciottoanni, al taglio della torta – in cui ti vergogni ma provi a dire mille cose – voglio provare a lanciare dei messaggi.

    Alla Regione innanzitutto. Chiederemo al Presidente Zingaretti di fare pressioni affinché leassociazioni di categoria condividano i dati sensibili su occupazione e necessità dei vari comparti. Non vogliamo più sentire che in Italia mancano 32mila operai e artigiani o 6mila pizzaioli. Noi li abbiamo! Non possiamo fare noi questo passaggio, se non a livello informale e relazionale. Ma una pressione da parte della Regione sicuramente aprirebbe delle strade ad oggi inesplorate. Perché se non si riesce a farlo, allora vorrà dire che tutti i dati che vengono diffusi dalle associazioni di categoria sono falsi.

    E poi permettetemi infine di uscire, per la prima volta, dalla sola tematica dei titolari di protezione internazionale, allargando il ragionamento al mondo dell’immigrazione e alla tematica della cittadinanza. La questione della cittadinanza non tocca solo i rifugiati. La cittadinanza per noi accomuna tutta la popolazione che vive su un territorio,senza distinzioni di razza o provenienza o nascita.

    Nelle ultime settimane abbiamo sentito tante volte parlare dello jus soli.

    Su questo tema, vorremmo che per una volta l’Italia avesse il coraggio di compiere una scelta visionaria. Vorremmo che per una volta il nostro Paese facesse da apripista, anziché trincerarsi dietro la constatazione che in Europa nessuno applica lo jus soli perfetto. La nostra scuola si regge sull’immigrazione. Lasalute dei nostri anziani si regge sugli immigrati. Le casse dello stato sempre più vengono rimpinguate dai contributi dei tanti lavoratori immigrati. In Parlamento abbiamo già in discussione una ventina di proposte di legge che parlano dello jus soli. Perché non portano a nulla? Perché ancora ci perdiamo a parlare, a invocare la necessità di fare tavoli di concertazione? Cosa stiamo aspettando? Noi pensiamo che il tempo di agire sia oggi.

    Ma perchè tanta fretta?

    Poco più di una settimana fa, al largo delle nostre coste, sono riaffiorate immagini di uomini e donne in fuga, aggrappati alle tonnare per non morire. In attesa che qualcuno faccia qualcosa per portarli in salvo. Loro non possono più aspettare, non hanno più la forza di restare aggrappati.

    E allora, mi rivolgo con forza a tutti voi, non solo ai presenti ma anche agli assenti, in primis alla Ministra dell’integrazione, a cui va tutta la mia solidarietà per gli attacchi cha ha subito recentemente. C’è un tempo per parlare, nei famosi tavoli di concertazione, creare spazi di discussione, ascoltare, condividere epartecipare. Ma c’è anche un tempo per agire. Per rischiare. Per essere coraggiosi e visionari. Per prendere delle decisioni forti e portarle avanticon coraggio.

    Ecco, noi crediamo che quel tempo sia arrivato.

    Guglielmo

    p.s. Nonostante la titubanza sul mettere per iscritto l’intervento…questo è per quelle persone che ci sono vicine ma che non sono potute essere presenti all’iniziativa. Per chi scrive progetti per PRIME Italia dalla Francia o dalla Malesya, per i volontari di Milano che operano ormai da mesi, per chi aveva altri impegni o per chi lottava con l’aria condizionata rotta:) A tutti voi, grazie.

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